
Un telefono può funzionare perfettamente e sembrare già troppo vecchio. Basta che non riceva più alcuni aggiornamenti, che un'applicazione diventi incompatibile o che un nuovo modello faccia apparire superato quello acquistato appena pochi anni prima. È una forma di invecchiamento particolare, che non coincide necessariamente con l'usura o con un guasto. Ha un nome preciso: obsolescenza.
La parola deriva dal latino obsolescĕre, che significava «logorarsi, andare in disuso», lo stesso verbo da cui proviene l'aggettivo obsoleto. In origine, dunque, il termine rimandava al progressivo consumarsi delle cose e alla loro uscita dall'uso. Non riguardava soltanto gli oggetti materiali: anche una consuetudine, un'istituzione o un modo di esprimersi potevano diventare obsoleti, perdendo gradualmente la propria funzione o la propria diffusione.
Con lo sviluppo dell'industria e delle nuove tecnologie, il concetto ha assunto un significato economico sempre più preciso. Un macchinario, per esempio, può continuare a funzionare ma diventare meno conveniente rispetto a uno più moderno, capace di produrre più velocemente o consumando meno energia. L'obsolescenza descrive proprio questa perdita di utilità o di valore che può verificarsi anche quando un bene è ancora efficiente.
È una distinzione importante, perché un oggetto vecchio non è necessariamente obsoleto, così come un oggetto obsoleto non è necessariamente vecchio. Una macchina da scrivere costruita cinquant'anni fa può essere ancora perfettamente adatta allo scopo per cui è stata acquistata. Al contrario, un computer relativamente recente può non riuscire a eseguire programmi indispensabili per il lavoro, pur non presentando alcun difetto meccanico.
Nella vita quotidiana questo fenomeno è diventato particolarmente evidente con l'elettronica di consumo. Smartphone, tablet, televisori e computer hanno una durata che non dipende soltanto dalla resistenza dei materiali. Conta anche la compatibilità con i programmi, la disponibilità degli aggiornamenti e la possibilità di sostituire una batteria o un componente danneggiato.
Ma esiste anche un'altra forma di invecchiamento, meno legata alla tecnologia e più alle nostre abitudini. Un'automobile può continuare a svolgere egregiamente il proprio compito, eppure il suo proprietario può desiderare di sostituirla perché il design appare superato. Lo stesso accade con i telefoni, gli arredi e molti prodotti di uso quotidiano. In questi casi è soprattutto la percezione del consumatore a cambiare, non necessariamente la qualità dell'oggetto.
Da qui nasce una delle espressioni più discusse degli ultimi decenni: obsolescenza programmata. Si utilizza quando la durata utile di un prodotto viene deliberatamente limitata, attraverso scelte progettuali o commerciali che favoriscono la sua sostituzione anticipata. Può trattarsi di componenti difficili da riparare, materiali poco resistenti oppure strategie che rendono economicamente più conveniente acquistare un prodotto nuovo.
Occorre però distinguere i due concetti. Non tutta l'obsolescenza è programmata. Un dispositivo può diventare superato per il normale progresso tecnologico, senza che il produttore abbia intenzionalmente cercato di accorciarne la vita. Allo stesso modo, un guasto prematuro non dimostra automaticamente l'esistenza di una strategia deliberata.
Il tema è tornato al centro dell'attualità il 22 ottobre 2026, quando in Italia è entrato in vigore il decreto legislativo n. 176, che recepisce la direttiva europea sul cosiddetto diritto alla riparazione. Le nuove disposizioni puntano a rendere più accessibile la riparazione di determinate categorie di prodotti, tra cui smartphone, lavatrici e altri elettrodomestici, prevedendo specifici obblighi per i produttori anche dopo la scadenza della garanzia legale.
L'obiettivo è contrastare una situazione familiare a molti consumatori: quella in cui sostituire un prodotto sembra la soluzione più semplice, o addirittura l'unica praticabile, anche quando il problema riguarda un singolo componente. La normativa non elimina l'obsolescenza e non garantisce che qualsiasi oggetto possa essere riparato, ma cerca di evitare che un guasto riparabile si trasformi troppo facilmente in un nuovo acquisto.
La questione riguarda anche l'ambiente. Ogni prodotto sostituito richiede nuove materie prime, energia per la produzione e risorse per lo smaltimento di quello precedente. Prolungare la vita degli oggetti, quando è possibile e conveniente, significa quindi ridurre almeno una parte di questi consumi e dei rifiuti prodotti.
C'è infine un aspetto curioso nell'evoluzione della parola. Il latino obsolescĕre evocava qualcosa che si logorava lentamente, consumato dal tempo e dall'uso. Oggi, invece, l'obsolescenza può arrivare molto prima del deterioramento materiale: a volte basta un cambiamento tecnologico, una scelta commerciale o un diverso desiderio dei consumatori.
Un oggetto può smettere di essere considerato nuovo molto prima di smettere di essere utile. Ed è proprio questa distanza, sempre più evidente nella nostra vita quotidiana, a rendere la parola obsolescenza così attuale.
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