
Ci sono parole economiche che sembrano appartenere soltanto agli specialisti, finché una crisi non le porta nelle conversazioni di tutti. Extraprofitto è una di queste: negli ultimi giorni è tornata al centro del dibattito sul caro carburanti e sulle società energetiche, ma la discussione ha finito per riguardare anche la parola stessa. Che cosa rende, infatti, un profitto davvero “extra”?
La domanda è meno banale di quanto sembri. Extraprofitto è una parola composta da extra- e profitto e, nel linguaggio economico, indica ciò che eccede il cosiddetto profitto normale. Non significa quindi semplicemente “un profitto molto alto”, come potrebbe suggerire l'uso quotidiano: presuppone piuttosto l'esistenza di un termine di confronto, di una normalità rispetto alla quale si produce un'eccedenza.
È proprio qui che una parola tecnica comincia a diventare politicamente sensibile. Quel piccolo prefisso, extra-, introduce infatti un confine: da una parte il profitto considerato normale, dall'altra ciò che lo supera. E appena si traccia un confine nasce inevitabilmente la domanda su chi possa stabilirlo e secondo quali criteri.
Il termine profitto, del resto, ha una storia più ampia di quella strettamente economica. Arriva attraverso il francese profit dal latino profectus, collegato al verbo proficere, cioè “avanzare”, “progredire”, “giovare”. Ancora oggi questa storia rimane visibile quando diciamo che uno studente “studia con profitto” o che qualcuno ha “tratto profitto” da un'esperienza. Prima di indicare un guadagno economico, il profitto è stato dunque un vantaggio, un progresso, qualcosa che produce un risultato utile.
Con extraprofitto entriamo invece decisamente nel territorio dell'economia. Il termine indica un guadagno che supera il profitto normale e può nascere, per esempio, da particolari condizioni del mercato, da vantaggi nei costi, dalla disponibilità di tecnologie o materie prime oppure da circostanze eccezionali. Esistono anche termini equivalenti o vicini come sopraprofitto e sovraprofitto, ma è extraprofitto ad avere conquistato negli ultimi anni il linguaggio della politica e dei giornali.
Non è difficile capire perché. Extra è un elemento che comprendiamo immediatamente: qualcosa di aggiuntivo, ulteriore, fuori dall'ordinario. Lo troviamo in parole come extracomunitario, extrascolastico, extralusso o extravergine, anche se assume di volta in volta sfumature diverse. In extraprofitto, però, l'idea di ciò che supera la norma acquista inevitabilmente anche una forza valutativa. Non sentiamo soltanto che esiste un profitto maggiore: siamo portati a domandarci se quel “di più” sia giustificato.
È precisamente questa ambiguità a rendere la parola così potente nel discorso pubblico. In economia l'extraprofitto è un concetto che può essere descritto e analizzato senza attribuirgli automaticamente un valore morale negativo. Un'impresa può ottenere profitti superiori per maggiore efficienza, vantaggi competitivi o particolari condizioni di mercato. Nel dibattito politico, invece, la parola viene spesso evocata quando guadagni eccezionalmente elevati coincidono con una fase di difficoltà per famiglie e consumatori. A quel punto extra non sembra più soltanto descrivere: sembra quasi giudicare.
Lo si vede bene nella discussione di questi giorni sui carburanti. Di fronte alla proposta di tassare gli extraprofitti delle società energetiche, Antonio Tajani ha contestato apertamente il termine, ponendo in sostanza proprio il problema del confine: chi decide dove termina il profitto e comincia l'extraprofitto? La disputa è politica ed economica, naturalmente, ma contiene una questione linguistica autentica.
Le parole che indicano una misura oltre la quale qualcosa diventa “troppo”, “eccezionale” o “anormale” raramente restano neutrali. Per funzionare hanno bisogno di un riferimento. Un extraprofitto può essere definito tale soltanto rispetto a ciò che viene considerato profitto normale, e stabilire quella normalità significa scegliere criteri, periodi di confronto e circostanze da prendere in considerazione.
È per questo che la parola è tornata così facilmente al centro dello scontro. Dentro extraprofitto non c'è soltanto l'idea di un guadagno: c'è l'idea di un limite superato. Ed è proprio su quel limite, prima ancora che sul prefisso che lo segnala, che economia e politica continuano a discutere.
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